Roma 12 marzo 2012
 
Trieste, patologia di una cittą di confine
 
di Redazione (P.Colapinto)
 
 


Trieste, patologia di una città di confine

E’ stato il desiderio di ricordare un periodo della vita, in un contesto storico-politico preciso, a spingere il medico Lelio Zorzin a scrivere ‘La mia Trieste, anatomia e patologia di una città di confine’.

Il volume, presentato dall’’Associazione Triestini e Goriziani in Roma’ presso la Sala Conferenze della Regione Friuli Venezia Giulia, in parte autobiografico e in parte storico, è frutto di una rivisitazione di ambienti e di accadimenti vissuti in prima persona dall’autore, e letti all’interno di una cornice più ampia riferita agli anni tra la fine dell’800 e inizio ‘900, periodo in cui il metabolismo economico di Trieste subisce una accelerazione oltre ogni aspettativa, con il sorgere delle Società di Assicurazione e dell’Imprenditoria marittima. Nel suo piacevole scritto Lelio Zorzin ricorda in quegli anni l’indissolubile abitudine dei triestini di frequentare i caffè, locali in stile viennese, dotati di ampie vetrine, stucchi e specchiere, frequentati assiduamente dalla acculturata borghesia triestina e da uomini politici di spicco e letterati.

Ma il titolo del libro non è casuale, e non è solo espressione di una deviazione professionale. Trieste, secondo Zorzin, soffre della patologia di città di frontiera: nata sotto l’Impero austro-ungarico, anche se di nazionalità slovena e cittadinanza italiana, ha sempre mantenuto l’’appartenenza’ triestina, con i suoi abitanti che, vivendo in uno ‘status’ di frontiera, non hanno mai potuto soffocare l’ancestrale desiderio di sentirsi ‘diversi’.

Proprio la ‘triestinità’, come concetto viscerale, che ha subito nel corso del secolo passato numerose verifiche politiche e culturali tra dominazioni austriache, occupazioni tedesche e convivenze slave, rappresenta il nucleo centrale del libro. Di mentalità aperta, ma rigorosa, il triestino viene disegnato come caratterialmente coerente con se stesso, di cultura transnazionale, predisposta a quella ‘europeista’, la sua identità non esclude un pizzico di originalità o di follia, mentre il ‘fatalismo’ è uno degli aspetti caratteriali e tipici della sua filosofia di vita, insieme alla sua storica ‘laicità’.

Raccontare di quegli anni spensierati e spesso festaioli, ha permesso a Zorzin di inquadrare la sua esperienza personale in un lungo contesto storico, geo-politico, in cui il bene e il male, la gioia e il dolore hanno caratterizzato la vita di Trieste e dei suoi abitanti. “Un tentativo di porre – dice – una riflessione complessiva sulla mia Trieste senza limiti di spazio e di tempo”. Un viaggio sentimentale, caratterizzato da un travagliato pezzo di storia in cui la popolazione triestina, attraverso più generazioni, è stata protagonista e spesso vittima, testimoniando le sofferenze, le aspettative e le delusioni di questa gente nel corso di circa un secolo.

Lelio Zorzin non è nuovo alla scrittura. Già con il suo ‘Alla maniera di Arcimboldo: esperienze, divagazioni e considerazioni di uno scrittore medico’ aveva filtrato, attraverso la memoria, alcune modalità comportamentali dell’essere umano nei suoi aspetti più intimi e riservati, dopo averlo analizzato nel corso di un cinquantennio di professione medica. Senza la pretesa di consumato narratore, Zorzin ha voluto aprirsi all’esercizio dello scrivere, non solo come ‘medico scrittore’, ma soprattutto come ‘scrittore medico’.  

Paola Colapinto 

   

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