1870 Roma Capitale: l’Italia Unita verso l’assistenza sanitaria nazionale
 
di Paola Colapinto
 
 


La storia di una delle più significative
Istituzioni sanitarie
della città di Roma,
l’Ospedale Santo Spirito in Sassia,
è stata al centro
dei lavori di ‘1870 Roma Capitale


L’assistenza sanitaria nel più grande spedale dell’urbe l’Arcispedale Santo Spirito in Saxia’, giornata organizzata dall’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, d’intesa con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, svoltasi il 3 febbraio presso la Sala Alessandrina dell’Accademia, nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Attraverso l’analisi del più antico e tra i più importanti nosocomi di Roma, il Santo Spirito in Saxia, fondato nel 1198 per volontà di Papa Innocenzo III e ancora oggi perfettamente funzionante, viene ripercorsa la vita sanitaria della città di Roma nella seconda metà dell’800, periodo che vede il passaggio dalla tradizione assistenzialistica del malato operata dalla Chiesa alla presa in carica del cittadino da parte delle strutture ospedaliere: la malattia non verrà più vista come una dannazione, una punizione divina, ma come evento sociale da affrontare collettivamente insieme alla garanzia economica dello Stato.

Un evento destinato ad incidere profondamente nel tessuto sociale del Paese. Il 1870 fu infatti un periodo di profondi cambiamenti, non solo politici ma anche medico-scientifici: si introducono i concetti di prevenzione, di diagnosi e cura; si affrontano i problemi dell’assistenza sanitaria a partire dalle norme igieniche, che verranno tutelate per la prima volta con leggi dello Stato; si stabilisce la necessità di attenersi ad alcuni protocolli farmaceutici; si moltiplicano e si trasformano i luoghi di cura; si pubblicano le prime statistiche e le prime note di nosografia e demografia.

Con Roma Capitale dell’Italia Unita cambiano anche l’amministrazione e l’ordinamento degli ospedali, le Opere Pie vengono sottratte alla competenza dell’autorità ecclesiastica e poste sotto l’immediato controllo dello Stato; con l’affacciarsi della stagione dei diritti il paziente diventa cittadino, titolare della propria salute e quindi protagonista del proprio processo terapeutico.

Emblematico in questa fase risulta il ruolo dell’Arcispedale Santo Spirito in Saxia, fulcro del cambiamento e del progressivo miglioramento dell’assistenza sanitaria pubblica, in termini di capacità di cura e di tutela della dignità della persona. Sono questi gli anni in cui comincia a diminuire sensibilmente il numero dei decessi a fronte dell’aumentata affluenza dei ricoverati. L’alta mortalità ai tempi dell’Italia Unitaria era dovuta per buona parte alla fame e ad una cattiva alimentazione, ma venivano lo stesso trattate le malattia più diverse, da quelle ‘popolari’ come le febbri malariche, il colera e la tbc alle malattie del sistema nervoso, degli organi respiratori e digerenti. Se dal 1635 al 1770 le prescrizioni mediche erano quasi tutte a base di polvere di china per le sue proprietà antipiretiche, antimalariche e analgesiche, nella seconda metà dell’800 si passa alla medicina sperimentale, al principio attivo isolato dalla chimica e clinicamente testato. Le autopsie diventano inoltre uno dei principali obiettivi della medicina clinica.

Nel 1896 si stabilisce definitivamente l’unione dei singoli ospedali romani sotto un’unica amministrazione, nel ‘Pio Istituto di Santo Spirito ed Ospedali Riuniti di Roma’, che costituirà un esempio per molti altri ospedali europei.

Il Santo Spirito, per la prima volta nella storia, perde definitivamente la sua autonomia ma in cambio gli venne  riconosciuta ufficialmente la sua importanza dando il nome all’Ente unitario.

Ad aprire i lavori del Convegno su ‘1870 Roma Capitale. L’assistenza sanitaria nel più grande spedale dell’urbe, l’Arcispedale Santo Spirito in Saxia’, sono stati Gianni Iacovelli, Presidente dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, e Roberto De Mattei, Vice Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Hanno presentato l’indagine sul più grande ospedale cui faceva riferimento la popolazione di Roma nella seconda metà dell’800, i due autori Silvia Mattoni del CNR e Marco Scarnò del CASPUR. Ad illustrare il passaggio della malattia da fenomeno incurabile a prospettiva terapeutica nel periodo dell’Italia unita è stato Massimo Mongardini, Chirurgo dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, mentre Filippo Custureri, Professore Ordinario dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, ha affrontato il tema del rapporto tra medico e paziente in storia della medicina.

Infine, ha concluso il Convegno una tavola rotonda sulla questione della responsabilità della Stampa ai fini di una corretta ed approfondita informazione scientifica e sanitaria, moderata da Mario Bernardini Presidente dell’Associazione Stampa Medica Italiana- gruppo di specializzazione della Federazione della Stampa, cui hanno partecipato Marco Ferrazzoli Capo Ufficio Stampa del CNR, Gianfranco Astori Direttore dell’Agenzia Asca, Francesco Marabotto Caporedattore dell’Agenzia Ansa, Nicola Cerbino Capo Ufficio Stampa del Policlinico Agostino Gemelli, Maria Lucia Amoroso Capo Ufficio Stampa dell’Ausl Rm/E e Franco Splendori co-Presidente AMCI-Roma.

 

Il servizio sull'evento mandato in onda
dall'emittente TV2000

 

   

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